←Scrivere dalla sbobba: note di metodo per Camera Slop

Camera Slop

Slop è la parola con cui si indica la merda che le macchine producono a ciclo continuo: Gesù fatti di gamberetti, articoli scritti per nessuno, libri su Amazon firmati da autori che non esistono, gattini che salvano bambini da incendi mai successi. È roba massimamente attesa, calcolata per non sorprendere nessuno, e riempie i feed come l’acqua riempie una cantina allagata. Ho dato questo nome a una sezione del mio sito, e l’ironia c’entra poco.

Camera Slop è un contenitore di saggi, nel senso più vecchio del termine. Montaigne li chiamava essais: tentativi, prove, cose che per definizione possono andare storte. Per ora sono soprattutto testi scritti, ma la scrittura è solo il loro primo corpo. Col tempo un saggio potrà essere riletto, rimontato, tradotto in altro, uscire dalla pagina in forme che oggi non so prevedere. Il punto di partenza però resta sempre quello, la forma saggio. E ogni saggio in Camera Slop, all’origine, passa per un modello linguistico.

Quello che trovate qui nasce da una negoziazione continua tra me e l’algoritmo. Lui propone, io taglio. Lui insiste, io riscrivo. A volte vince lui, e me ne accorgo tardi, rileggendo una frase troppo liscia, troppo ben fatta, di quelle che sanno di nessuno. Allora la butto. Il saggio finito è quello che resta dopo la trattativa, e dovrebbe portarne i segni.

Il blocco

Per spiegare perché lo faccio devo tornare indietro. Di scritto, in giro, ho lasciato poco, e per anni ho fatto credere che fosse una scelta. Era una difficoltà: sul disco ho montagne di appunti, incipit, pezzi mai finiti. Scrivere mi è sempre piaciuto. Il problema stava altrove, nel darmi una struttura e percorrerla fino in fondo. Mi perdevo nei passaggi singoli, uno dopo l’altro, e un paragrafo poteva costarmi mesi. Mesi, per un paragrafo. Intanto i file si accumulavano aperti sul desktop, e sotto covava la frustrazione di chi ha le idee e non riesce a portarle a terra.

Credo che abbia a che fare con una forma di neurodivergenza. Forse riguarda l’attenzione, forse la pianificazione: non lo so con certezza e non ho una diagnosi da sventolare. Non la uso come alibi, e non voglio che qualcuno la usi per giustificare me o l’industria che mi vende lo strumento.

Rudolph

Ai tempi di Les Liens Invisibles scrivevamo in due, io e Rudolph Papier: comunicati, testi, dichiarazioni. Il copione era sempre lo stesso, rompeva il ghiaccio lui. Buttava giù una prima struttura, e da lì partiva un avanti e indietro che poteva durare giorni: io toglievo, spostavo, rimontavo, lui rimetteva mano, io ci tornavo sopra. Michelangelo diceva che la scultura si fa per forza di levare, e io scrivevo così. (Il suo levare, sia chiaro, non ha niente a che spartire con quello che succede oggi sulle Apuane, dove le montagne vengono sventrate per finire macinate in carbonato di calcio da dentifricio. Quello è un abominio.) Solo che per levare serve un blocco, e il blocco da solo non sapevo cavarlo.

Quei testi appartenevano a Les Liens Invisibles, a quella cosa terza che nasceva tra noi due e che nessuno dei due, da solo, avrebbe saputo scrivere. Allora la vivevamo come un modo di lavorare in coppia e basta. Ci ho messo anni a capire quanto dipendessi da quel primo gesto di un altro.

Negoziazione

Con il modello linguistico il blocco è tornato. Gli do un’idea, una traccia, un tono, e lui mi restituisce qualcosa: spesso generico, a volte sbagliato, quasi sempre prevedibile. Slop, appunto. Ma è materia, e sulla materia so lavorare. Ci passo sopra ore, a mano e con la macchina stessa, in un avanti e indietro che ricorda quello di allora. Quello che ne esce appartiene alla trattativa. Io ci sono dentro, ogni parola rimasta è passata dalle mie mani, ma sarebbe falso chiamarlo soltanto mio. Anche questi saggi nascono in mezzo.

Deep remix

Il modello però fa anche qualcosa che con il blocco c’entra poco. Lavora per interpolazione. Nello spazio statistico in cui vive, un concetto e una voce, un’idea e uno stile, sono punti a una certa distanza tra loro, e tra due punti si può sempre calcolare cosa sta in mezzo. Io entro con un’idea, un saggio a metà, un appunto, e lo faccio passare dentro un’altra forma: la voce di una pubblicità, il tono di un bugiardino, la sintassi di un comunicato aziendale. Ne esce un ibrido in cui lo stile contamina il contenuto e il contenuto piega lo stile, finché non si capisce più dove finisca l’uno e cominci l’altro.

Si chiama deep remix, termine che Facchetti, D’Abbraccio e Cotimbo propongono in La calda estate dell’AI per dare una forma ai radical remixes di cui parlava Jason Bailey su Artnome nel 2019. La genealogia però è più lunga: il cut-up di Burroughs e Gysin, il détournement situazionista, i plunderphonics di John Oswald, i fake che con Les Liens Invisibles abbiamo fatto circolare per anni. Tutta gente che sapeva che un testo prende senso anche dalla voce che lo pronuncia, e che rubare una voce è già un gesto politico. Il collage però lascia le cuciture in superficie: lo smonti e rimetti ogni pezzo al suo posto. Nel deep remix le cuciture affondano nella materia. Una frase sulla precarietà detta con l’entusiasmo di uno spot per yogurt proteici produce qualcosa che nessuna delle due fonti, da sola, saprebbe produrre. Fa vedere quanto la voce della pubblicità si sia già mangiata il modo in cui raccontiamo le nostre vite.

Il conto

Prima il blocco me lo passava un amico, uno con cui dividevo una pratica, dei rischi, delle notti. Adesso arriva in pochi minuti, dove prima mi servivano mesi, e quei minuti costano più di quanto sembri. Il sistema che me lo passa è costruito sul lavoro di milioni di persone che nessuno ha pagato: le voci che rubo quando faccio deep remix, il modello le aveva già rubate prima di me. È stato rifinito da etichettatori sottopagati in Kenya e nelle Filippine, ed è posseduto da una manciata di aziende. Quelle stesse aziende vi raccontano la stronzata della creatività democratizzata mentre si comprano data center e falde acquifere. Rudolph non mi ha mai chiesto un abbonamento mensile.

Questa contraddizione probabilmente non ha ancora una soluzione, ma la tengo in vista, e Camera Slop serve anche a questo: a ricordare che anche il mio blocco esce da una cava, e che la cava ha un proprietario.

Anche questo saggio è cominciato così: un blocco di slop preso a martellate a quattro mani, due delle quali non esistono.

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