Urlate pure, basta che non indichiate la via d’uscita
Più o meno nel 2006 io e Rudolph Papier firmavamo i nostri lavori come Les Liens Invisibles: i collegamenti invisibili. Volevamo portare alla luce le connessioni e i fili tra la testa, il mondo e la rete. Già allora dicevamo che la rete di per sé non garantiva nessuna libertà. Lo sapevamo, e non è servito a un cazzo andare in giro a raccontarlo: noi stessi per diciotto anni abbiamo continuato a riempire di post le piattaforme che criticavamo.
E adesso, oltre al danno, la beffa: quel nome – i collegamenti invisibili – in questi giorni è diventato una policy aziendale. Meta l’ha preso alla lettera. Su un numero crescente di Pagine Facebook i collegamenti verso l’esterno sono diventati invisibili per davvero: se ne possono pubblicare solo due al mese, commenti compresi, e per gli altri c’è un listino prezzi. Per anni le piattaforme hanno ospitato il discorso pubblico decidendo cosa si vedeva e cosa no. Adesso hanno messo il prezzo anche sulle vie di uscita.
Così, qualche giorno fa, ho preso il cucchiaio e ho cominciato a scavare: una newsletter e un canale Telegram. Un creator lo chiamerebbe diversificazione dei canali, e avrebbe già pronte le parole: audience, funnel, community. Io invece preferisco un’espressione più vecchia, che viene dai boschi e non dalle slide: darsi alla macchia.
Les Liens Invisibles, Inc.
Il 15 settembre Meta ha lanciato Meta One, l’abbonamento unico per Facebook, Instagram, WhatsApp e la sua intelligenza artificiale, e ci ha agganciato un test sui link partito in sordina a dicembre. Le regole sono scritte nero su bianco nel Centro assistenza: sulle Pagine coinvolte si possono inserire link in due post o commenti organici al mese. Anche il vecchio trucco del link nel primo commento, quindi, consuma la quota. Il contatore si azzera il primo del mese e i link non usati si perdono, come i buoni pasto di un’azienda tirchia.
Il listino è un piccolo capolavoro di sadismo contabile. Con Essential, 14,99 dollari al mese, restate a due link: pagate per avere quello che avevate gratis. Con Advanced, 49,99, salite a otto. Con Max, 499,99, i link tornano illimitati, com’erano prima. Fuori dal conteggio restano i link verso le app di Meta e quelli nelle inserzioni. Uscire gratis si può ancora, a patto di pagare per farlo come pubblicità.
L’alibi è pronto: nel primo trimestre del 2026 il 98,7% delle visualizzazioni negli Stati Uniti riguardava post senza link esterni. Prima l’algoritmo seppellisce i link, poi la loro sparizione diventa la prova che non servivano. Il controllo della visibilità funziona così: nessun divieto, una lenta asfissia, e alla fine un prezzo.
Il link è come la nota a piè di pagina del web: serve a indicare le fonti. E un posto in cui le note sono a pagamento può ospitare molte cose, ma certo non un dibattito.
Non più tardi diun mese fa scrivevo di Autistici/Inventati, finita nella lista dei terroristi di Washington per aver tenuto acceso un server, e chiudevo così: “Il 26 agosto qualcuno ha firmato un foglio, e l’aria è finita.” Il 15 settembre all’aria hanno messo il contatore. La lista antiterrorismo firmata da Rubio e il listino prezzi fanno lo stesso lavoro: decidono chi può indicare un’uscita. La lista usa la paura, il listino il prezzo, e per il listino non serve nessun Rubio. Basta un product manager.
Lo specchio
Qualcuno ricorda il dicembre 2006? Quel mese Time elesse come persona dell’anno voi, tu, “You”. In copertina c’era un iMac con un pannello di mylar riflettente al posto della finestra di un player alla YouTube: prendevate in mano la rivista e dentro lo schermo c’era la vostra faccia. La barra del tempo segnava 20:06.
Era la consacrazione delle piattaforme: il contenuto siete voi, e il vostro posto è dentro il loro schermo. La faccia è la vostra, lo schermo, il player e la barra del tempo sono di qualcun altro. Da lì in poi esistere ha voluto dire farsi vedere, e farsi vedere ha voluto dire stare lì dentro.
Sette anni dopo è Hito Steyerl a rovesciare quella copertina con How Not to Be Seen. A Fucking Didactic Educational .MOV File, un tutorial finto, il cui titolo è a sua volta una citazione dei Monty Python, su come sparire dalla vista nell’epoca delle immagini. Il video parte dal deserto californiano, dove l’aviazione americana aveva piantato dei bersagli per calibrare le foto aeree, pixel giganti di cemento. La prima lezione è diventare più piccoli di un pixel. Le altre sono nascondersi in piena vista, sparire in un centro commerciale virtuale, trasferirsi in una gated community. È il primo manuale di diserzione dell’epoca delle piattaforme, travestito ironicamente da video didattico.
Ma sono le piattaforme, nel 2026, a trovare una sintesi efficace tra la copertina e il tutorial. Dentro datevi da fare per farvi vedere il più possibile, ma non date a vedere da che parte si esce. Urlate pure insomma, basta che non indichiate la via d’uscita.
La foresta oscura
Nella fantascienza di Liu Cixin l’universo è una foresta buia: ogni civiltà si muove in silenzio, perché chi si fa vedere viene fatto fuori. Bogna Konior, polacca, teorica dei media a Shanghai, ha portato quella foresta in rete con The Dark Forest Theory of the Internet. Le piattaforme campano della nostra compulsione a comunicare, e il loro modello di business è amplificare il rumore. In un ambiente così la visibilità diventa un rischio, e l’intelligenza impara a nascondersi, depistare, mimetizzarsi.
Konior ricorda che le versioni ottimiste della teoria dei media le hanno scritte in America, mentre chi viene dall’Europa dell’Est o vive in Asia orientale aveva imparato altre lezioni. Il silenzio strategico lo conosce chi è cresciuto sotto un potere che ascoltava. Adesso serve anche qui.
Konior però guarda il bosco dal satellite. Nel suo libro la rete sembra una forza cosmica scoperta per caso, più che una cosa costruita da gente con un nome e degli obiettivi trimestrali. Il contatore sui link non viene dallo spazio profondo: esce da un foglio Excel a Menlo Park. La foresta è buia anche perché qualcuno ha spento la luce per venderci le torce.
E ci si può nascondere male. Chi scappa dalle piattaforme per rintanarsi in chat chiuse, gruppi privati, server a inviti finisce nella gated community di Steyerl: spazi che non si linkano e non si attraversano. Il bunker salva chi ci entra e lascia il resto del mondo al padrone. A Meta va benissimo.
La macchia
Chi diserta si dà alla macchia, e in italiano la latitanza ha sempre avuto un paesaggio. Per capirlo bisogna entrarci. I sentieri si perdono dopo dieci metri. I rovi ti prendono i pantaloni, i rami ti tornano in faccia, l’erba alta nasconde le buche, sotto le foglie c’è sempre dell’umido. Si avanza piano, piegati, con le mani davanti. Nessuno l’ha piantata, nessuno la pota, nessuno ti ci accompagna. Eppure è terra aperta: chiunque può entrarci, se accetta di graffiarsi. Se la bruci, rinasce dalle radici, più fitta di prima.
La rete fuori dalle piattaforme è fatta così. Link morti, pagine che non caricano, forum abbandonati, siti brutti e lenti scritti da gente che non ha mai sentito la parola engagement. Nessuno ti suggerisce cosa guardare dopo. Devi cercare, sbagliare strada, tornare indietro. Le piattaforme hanno passato vent’anni a vendere l’assenza di attrito, lo scroll che scivola da solo, il pollice che non incontra resistenza. La macchia è attrito puro. Graffia, rallenta, costringe a guardare dove metti i piedi, e per questo nessuno riesce a metterla a listino. Walter Benjamin scriveva che la forza di una strada di campagna è differente se uno la percorre a piedi o se la sorvola con un aeroplano. Dall’alto si vede solo il tracciato, e la forza che serve a percorrerla la impara soltanto chi cammina. Il feed è la vista dall’aereo. La macchia si conosce solo a piedi.
Un sito personale, un blog, una newsletter con l’archivio in chiaro fanno macchia se stanno in pubblico, linkabili, fuori dal feed. Una chat privata fa bunker. Nella mia scelta di darmi alla macchia digitale ci sono tutte e due le cose: Telegram è una scialuppa, la terraferma sta altrove. Del resto anche il disertore ha un indirizzo. Bifo, che nel suo libro Disertate fa l’elogio di tre comportamenti, “la fuga, la latitanza, la diserzione”, dal 2024 pubblica su Substack una newsletter che si chiama Il Disertore, e voleva farne un punto di riferimento per chi scappa. Nessuno è fuori del tutto, e fingere il contrario sarebbe la prima bugia di un posto nuovo.
L’obiezione arriva puntuale: disertare vuol dire sottrarsi al dibattito pubblico. Ma un dibattito pubblico ha bisogno di una piazza, e io rifiuto di chiamare piazza uno spazio che decide cosa vedete e vi fa pagare per citare una fonte esterna. Somiglia piuttosto a un centro commerciale con le panchine, dove cosa si può distribuire all’ingresso lo decide chi incassa l’affitto.
Certo, disertare ha un costo: per strada si perde gente. C’è chi non si iscrive all’ennesima newsletter, chi non scarica l’ennesima app, chi continua a scrollare perché è stanco. Restano nel centro commerciale, a guardare le vetrine. Mi dispiace per loro, le persone, non le vetrine.
Solo in parte
Non ho mai controllato niente, nemmeno quando credevo di farlo. Su Facebook il controllo era un pannello di statistiche, e il pannello era loro. Fuori non ne ho mai avuto, e non ne voglio: in tanti anni di progetti online non ho mai messo uno strumento di tracciamento, e non ho mai saputo chi mi leggeva. Eppure quei progetti hanno trovato la loro strada lo stesso.
In una conferenza del 2011 sui giardini, Brian Eno distingueva l’architetto, che ha in testa l’opera finita prima di costruirla, dal giardiniere, che pianta semi e aspetta di vedere cosa spunta. Il suo motto veniva da un cibernetico, Stafford Beer, e lo citava a memoria: organizzare una cosa solo in parte, e lasciare che siano le dinamiche del sistema a portarti dove volevi andare. La macchia sta un passo più in là: lì non decide nemmeno il giardiniere.
La newsletter e il canale che ho aperto funzionano così. Non posso controllarli, posso solo influenzarli: scrivo, spedisco, e lascio che le cose facciano la loro strada. Qualcuno inoltra, qualcuno si iscrive, qualcuno se ne va, e io non lo saprò mai con precisione. È meno di quello che promettono le piattaforme, ed è più onesto. E come insegnava Steyerl, per il radar di Menlo Park una lista di qualche decina di indirizzi è più piccola di un pixel: per una volta, essere piccoli è un vantaggio.
Quando il contatore arriverà anche sui profili personali, e arriverà, i due link del mese li userò per una cosa sola: indicare il sentiero. Due cartelli piantati in mezzo al feed, con la freccia verso i rovi. Chi li segue si graffia. È previsto.
Là dentro l’uscita si paga a fasce. Qui la trovate in fondo alla pagina, in bella vista.
Istruzioni per l’uso
Questa newsletter arriva di tanto in tanto da un server autogestito. Il canale Telegram invece è ausiliario, e lo uso ben sapendo che dopo l’arresto di Durov in Francia, nell’agosto 2024, Telegram si è impegnato a consegnare IP e numeri di telefono alle autorità su richiesta legale. Per andarvene basta un click, il link è qui sotto, e non vi chiederò perché. Un posto nato da una diserzione deve potersi disertare.
Guido Segni, settembre 2026