Tagliare per traverso

Il caso Autistici/Inventati, la rete che credevamo eterna e il problema di dove teniamo le nostre cose

Il 26 agosto

Il 26 agosto il Dipartimento di Stato e il Tesoro degli Stati Uniti hanno inserito Autistici/Inventati nella lista degli Specially Designated Global Terrorist. Ad annunciarlo è stato Marco Rubio. Lo strumento è l’Executive Order 13224, scritto nell’autunno del 2001 per prosciugare il finanziamento del terrorismo internazionale. Nello stesso pacchetto sono finite Palestine Action e Masar Badil. L’accusa contro A/I: aver costruito e gestito l’infrastruttura digitale usata da cellule antifasciste, anarchiche, dal PKK. Posta cifrata, hosting, chat, videoconferenze, strumenti per l’anonimato. Il collettivo ha risposto respingendo tutto e dicendo che non arretra di un passo.

Nell’accusa non compare nessun atto. Il reato contestato è aver tenuto acceso il server su cui qualcun altro ha scritto. Un ufficio ha anche fissato la data entro cui aziende e cittadini americani devono tagliare i ponti, il 25 settembre, con la faccia di chi concede una cortesia.

La favola della guerra nucleare

L’hanno raccontata a tutti, e tutti l’abbiamo ripetuta: la rete è nata per sopravvivere a una guerra atomica. Commutazione di pacchetto, instradamento distribuito, se salta un nodo il pacchetto passa da un’altra parte. Paul Baran alla RAND, i disegnini con i grafi centralizzati, decentralizzati e distribuiti. Storicamente è mezza leggenda, gli storici della rete lo ripetono da vent’anni. La promessa dentro quella leggenda ce la siamo bevuta comunque: la rete non si può spegnere.

Il 26 agosto non è saltato un router, nessuno ha sequestrato una macchina, forzato una cifratura o sfondato una porta alle sei del mattino. Qualcuno al Tesoro ha aggiunto un nome a una lista di sanzioni.

Quello che cede è un livello che nessuno ha mai progettato ridondante, perché non lo considerava nemmeno un livello. Chi ci registra il dominio. Chi ci processa i pagamenti. Chi ci firma i certificati. Chi ci fa da upstream. Chi ci tiene il conto in banca. Quel piano è concentrato in pochissime mani, e quelle mani stanno quasi tutte sotto giurisdizione americana o sotto la paura della giurisdizione americana, che ai fini pratici è la stessa cosa.

Il lavoro sporco non lo fa nemmeno il governo. Lo fanno gli uffici legali. Un registrar europeo che non è obbligato a niente guarda il rischio percepito, fa due conti in tre minuti e decide che tenersi un piccolo collettivo anarchico italiano non vale la rogna. Una banca chiude un conto. Un provider non risponde più alle mail. Nessuno spiega mai perché, e la spiegazione è che nessuno vuole scoprire da solo dove passa il confine. Repressione in outsourcing, a costo zero per chi la ordina, senza un tribunale, senza un atto da impugnare, senza nemmeno qualcuno a cui dare la colpa.

Con Francesca Albanese ha funzionato così per un anno. Stessa lista, stessa firma di Rubio, da luglio 2025. Le banche italiane le hanno negato il conto corrente, Banca Etica compresa, e nessuna legge italiana o europea le obbligava a farlo: bastava il rischio di finire a loro volta sulla lista. Una relatrice delle Nazioni Unite senza carta di credito, che nel proprio paese non può noleggiare un’auto, con la figlia teoricamente esposta a sanzioni per averle pagato un caffè. A maggio un giudice federale ha stabilito che quelle misure violavano con ogni probabilità il Primo Emendamento e il Tesoro l’ha tolta dalla lista. Otto giorni dopo ce l’ha rimessa.

La ridondanza l’avevamo costruita contro i crateri. Contro un foglio di carta non vale un cazzo.

Chi tiene in mano la spina

Se questo si può fare a un collettivo di volontari che gestisce mail e blog, la posizione di chiunque stia sopra una piattaforma commerciale è ancora peggiore.

Con A/I sappiamo chi c’è dall’altra parte: hanno dei nomi, delle riunioni, un manifesto vecchio di venticinque anni. Possiamo scrivergli, litigarci, andarci a bere. Quando li colpiscono escono e raccontano cosa sta succedendo, con i documenti allegati. Su Instagram, su Drive, su AWS non c’è nessuno da chiamare. L’account sparisce alle sette di mattina per una decisione automatica presa da un sistema che nessun dipendente umano sa spiegare, il ricorso è un modulo, la risposta è un template, e dentro ci sono dieci anni di vita.

Nel dicembre 2009 Facebook ha cancellato dalla propria rete ogni traccia di seppukoo.com, un progetto a firma di Les Liens Invisibles, il nome sotto cui lavoravamo io e Rudolph Papier: un sito che aiutava le persone a “suicidare ritualmente” il proprio account social. Link bloccati, contenuti rimossi, l’indirizzo reso inutilizzabile dentro la piattaforma. La lettera dello studio legale è arrivata dopo, quando il sito era già stato neutralizzato. La sequenza vale più del lavoro: prima la rimozione, poi gli avvocati, mai un giudice.

Con A/I l’infrastruttura si vede. Ha una faccia, dei costi, delle assemblee, delle richieste di donazione a fine anno che rompono le palle. Sulle piattaforme è stata resa invisibile apposta, ed è invisibile perché funziona: finché funziona sembra aria, e all’aria non pensa nessuno. Per una settimana la spina si vede, si vede la mano che la tiene, si vede che è sempre stata lì. Poi torna aria.

Nel frattempo la delega ha cambiato oggetto. Per vent’anni abbiamo consegnato alle piattaforme i file, le foto, le mail, i contatti, gli archivi. Da un paio d’anni consegniamo il modo in cui pensiamo. Dove cerchiamo, come formuliamo una domanda, cosa ci torna indietro, cosa smettiamo di andare a controllare perché tanto ce l’ha già detto la macchina. Modelli chiusi, pesi che non vedremo mai, comportamenti che cambiano da un martedì all’altro senza un comunicato, prezzi che si muovono, cronologie delle nostre domande che stanno a casa di OpenAI, Google, Microsoft, Anthropic. Se un documento del Tesoro può rendere tossico un server, un aggiornamento silenzioso può cambiare cosa una macchina è disposta a dirci, e di quello non si accorge nessuno, perché non viene pubblicata nessuna lista.

La mela

Giacomo Verde, nel suo Piccolo diario dei malanni, apriva lo spettacolo con una mela in mano. La tagliava a metà per traverso, orizzontale, e dentro compariva la stella a cinque punte dei semi. Ribaltava l’abitudine di tagliarla dal picciolo al torsolo, il verso in cui la stella non si vede mai. Poi distribuiva i pezzi al pubblico.

Era un gesto tecnico prima ancora che poetico. Cambiare il verso del taglio significa cambiare quello che si trova dentro, e quel verso non è dato in natura: è un’abitudine, e le abitudini sono automatismi che nessuno nota e che nessuno sa chi abbia indotto.

Il verso in cui tagliamo la rete l’ha disegnato qualcun altro. Un dominio, un provider, un account, un servizio, tutto in fila lungo la stessa linea verticale che qualcuno può recidere in un colpo solo. Lo abbiamo accettato perché era comodo, perché era veloce, perché è quello che fanno tutti.

Nella ricerca di Giacomo tornano sempre le stesse tre cose: creare comunità, tenere insieme arte e vita senza chiedere permesso, ribaltare ogni limite in occasione creativa. Ed è proprio quest’ultima la più difficile da praticare davvero, perché richiede di trattare un problema come materiale e non come lamentela.

Negli ultimi quasi trent’anni un repertorio l’abbiamo costruito, io compreso. Fake, tactical media, netstrike, hoax, identità collettive, radio e televisioni costruite con quattro pezzi quando quelle esistenti non facevano passare niente, gente che tirava su un trasmettitore in un centro sociale e si metteva a trasmettere. Quel repertorio si è atrofizzato mentre la piazza diventava privata e l’azione si riduceva a campagna. Anni passati a ottimizzare post dentro cornici disegnate da altri, e a chiamarlo attivismo.

Un archivio è già una posizione

Tenere un archivio è una faccenda politica prima che tecnica, e la parte politica sta tutta nella domanda più noiosa possibile: dove lo teniamo.

Si digitalizza per salvare, e nel salvare si consegna. Repository universitari appoggiati su cloud americano, DOI, schemi di metadati impeccabili, piani di conservazione a lungo termine scritti da gente seria che ha pensato a tutto tranne che a una cosa: cosa succede il giorno in cui chi ospita decide che ospitare non gli conviene più.

Il LIGVA, il Laboratorio Intergalattico Giacomo Verde Artivista, tiene i materiali di Giacomo Verde: nastri, taccuini, disegni, tecnologia povera tenuta insieme con lo scotch. È un archivio autogestito, sta dentro un centro sociale a Viareggio, e ne faccio parte insieme a un gruppo di amici artisti e attivisti. Per un periodo una parte di quei materiali è stata ospitata sui server di A/I.

Se tenere acceso un server è supporto materiale al terrorismo, conservare i materiali di uno che ha passato quarant’anni a fare artivismo cos’è? Un fondo pieno di documentazione di movimenti, di azioni, di televisioni abusive, di gente che dice esattamente quello che pensa della polizia, è il tipo di materiale che dentro la logica dell’Executive Order 13224 diventa maneggiabile.

Per il LIGVA l’autonomia era già un problema pratico prima delle sanzioni. Stare fuori dalle istituzioni serve a impedire che i meccanismi economici e culturali di quelle istituzioni riscrivano la memoria che l’archivio tiene. Adesso quel discorso si allarga di un livello e diventa più concreto e più sgradevole: non basta stare fuori dal museo se poi si sta dentro il data center.

Cosa si fa adesso

Copie. Molte, in posti diversi, su giurisdizioni diverse, su supporti diversi, in formati aperti che si possono aprire senza chiedere il permesso a nessuno. Un mirror pubblico dei materiali che possono stare pubblici. Domini distribuiti su registri che non stiano tutti sotto la stessa bandiera. Servizi federati, che fanno schifo dal punto di vista dell’esperienza utente e reggono per la stessa ragione.

E le cose fisiche, che sono quelle che ci siamo dimenticati per primi. Dischi dentro una borsa che attraversano l’Italia in treno. Stampe. Un proiettore. Una stanza con dentro delle persone. Nessun ufficio compliance al mondo può chiudere una borsa che cammina.

La lista tecnica è la parte facile, la parte più difficile è avere un’invenzione all’altezza del problema. Negli ultimi quindici anni abbiamo prodotto una quantità industriale di infografiche e ridotto la solidarietà digitale a cambiare la foto profilo per tre giorni. Adesso c’è un vincolo vero, con dei parametri veri, di quelli che costringono a lavorare. Se l’artivismo serve ancora a qualcosa serve qui, e il metodo esiste già: prendere il limite e trattarlo come materiale, tagliare la mela nel verso che non taglia nessuno.

A/I ripete da venticinque anni una frase di Primo Moroni: socializzare saperi senza fondare poteri. Il modo più rapido per fondare un potere è convincere tutti che l’infrastruttura sia aria, e che l’aria sia gratis.

Il 26 agosto qualcuno ha firmato un foglio, e l’aria è finita.


Guido Segni, 28 Agosto 2026

Tagliare per traverso
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