Le PNG non esistono. Spettri in cerca di corpo

Ai miei studenti e ai loro fantasmi.

Spettri

Le immagini che fate sono fantasmi. Stanno lì, sembrano esistere, ma se provate ad afferrarle la mano passa attraverso. Non pesano un cazzo, non occupano spazio, non si possono toccare. Vivono in una stanza piccola e illuminata che si chiama schermo, e da lì non escono mai. Sono presenze senza corpo, e come tutti i fantasmi che si rispettino vogliono qualcosa: vogliono uscire, vogliono sporcarsi, vogliono che qualcuno gli dia un peso, un muro, una superficie su cui spaccare.

Nelle storie di spettri il morto torna sempre per lo stesso motivo: un corpo non sepolto. Nell’Odissea, Elpenore ferma Ulisse nel regno dei morti per supplicarlo di tornare a seppellirgli il cadavere dimenticato: senza un corpo sotto terra, niente pace. Niente quiete. Resti spettro per sempre, e fai una vita di merda anche da morto.

Le immagini digitali fanno lo stesso. Nascono senza corpo, vagano da uno schermo all’altro come anime in pena, e prima o poi qualcuno deve decidere dove farle atterrare. O quel qualcuno siete voi, e gli date un corpo, oppure restano spettri che nessuno ricorda. È la scelta concreta che avete davanti ogni volta che esportate un file, e imparare a farla, quale corpo, dove, di che materia, è gran parte del mestiere.

Lo schermo non è una superficie neutra

Lo schermo si spaccia per una finestra trasparente che vi mostra le immagini “così come sono”. È un oggetto, con una storia e una fisica precise, anzi è già un corpo: solo così abituale da sembrare nessun corpo, come l’aria.

Ha una scala, una distanza, una luce, e impone al vostro corpo una posizione: il telefono a trenta centimetri, il portatile a sessanta, la luce sparata in faccia dall’interno invece che riflessa, quasi sempre da seduti, fermi, soli. Condizioni dell’immagine, tutte quante. Il problema è accorgersene: di schermi ce ne sono ovunque, e quando una cosa è dappertutto smettete di percepirla e diventa ambiente, sfondo, aria. Come ogni infrastruttura che funziona davvero: diventa invisibile.

Eppure lo schermo funziona più come una membrana che come un muro. Le storie di fantasmi lo sanno meglio di noi. In The Ring, lo spettro di Sadako non sta nel televisore: striscia fuori dallo schermo, scavalca il bordo, entra nella stanza. Perturbante proprio perché rompe il patto: lo schermo doveva contenere l’immagine, tenerla di là. In Videodrome di Cronenberg il movimento si rovescia: siete voi che venite risucchiati dentro, lo schermo si gonfia, diventa labbra, ventre, carne palpitante, l’immagine cola dentro il corpo e lo trasforma. Due incubi simmetrici, una stessa soglia porosa: lo schermo è un confine permeabile. La domanda è solo come si passa, e in che corpo si arriva dall’altra parte.

Il tempo dello scroll

Le cose sullo schermo non basta capirle, conviene sentirle sulla pelle. Provate una sessione di doomscrolling fatta apposta, quindici, venti minuti, a freddo, in pieno giorno: fa quasi schifo, ed è il punto. Dopo dieci minuti arriva la stanchezza, dopo venti una saturazione leggermente nauseante, come dopo troppi zuccheri. Poi provate a ricordare un’immagine, una sola, fra quelle appena viste. Quasi mai funziona: ne sono passate centinaia e non ne resta nessuna, restano sensazioni, un umore, un rumore visivo di fondo. Le immagini non sono state guardate, vi hanno attraversato: una processione di spettri, ognuno presente per la durata di un dito che scivola in su. Un fantasma senza corpo non si può ricordare: niente materia a cui la memoria possa aggrapparsi.

Esportare un file in un feed significa consegnarlo a questo regime. Uno schermo da solo non vi costringe a niente: il regime lo impone il feed, la piattaforma che lo organizza, Meta, ByteDance, Alphabet, gente che ha capito che la vostra attenzione vale soldi. Un’immagine nata per il feed ha tutta l’estetica tarata su quella durata: leggibile subito, d’effetto subito, dimenticabile subito. Farla uscire da questo regime significa liberarla da due prigioni insieme: darle uno spazio fisico, e restituirle il diritto di durare.

Il file non è l’immagine

Quel PNG che avete appena esportato è una lista di istruzioni, una potenzialità inerte che diventa immagine solo quando un coso elettronico la sputa fuori su una superficie davanti a un paio d’occhi. Finché resta nell’hard disk è uno spettro che aspetta di essere evocato.

Hans Belting ha una formula utile: un’immagine vive solo nell’incontro fra un medium e un corpo. Il medium è la cosa fisica che la ospita: schermo, carta, muro, tessuto. Il corpo è chi se la prende addosso, con la sua posizione, la sua distanza, il suo tempo. Senza medium avete un dato. Senza corpo avete un segnale. E siccome l’incontro è ogni volta una situazione diversa, anche l’immagine, ogni volta, è una bestia diversa.

Questo lo chiamo incarnazione: l’immagine ha bisogno di farsi carne in qualcosa, sennò resta un fantasma che gira a vuoto. Dare un corpo a un file è una seduta spiritica al contrario: invece di chiamare lo spettro, gli date materia. Il file, da solo, è un lavoro a metà: vale la decisione di farlo atterrare qui invece che lì, la superficie, la scala, la luce, il corpo che lo riceverà. Quello che avete imparato a chiamare “allestimento”, come fosse contorno, è il cuore del lavoro.

Sedute spiritiche

Tirare fuori uno spettro e costruirgli una carne è un mestiere che generazioni di artisti praticano da decenni: Nam June Paik incastrava l’immagine elettronica dentro torri di televisori, Wodiczko proietta sulle facciate dei monumenti trasformandoli in dichiarazioni politiche, altro che post, Pipilotti Rist vi fa sdraiare per terra a guardare il video sui soffitti. La lezione è sempre la stessa: la scala e la collocazione sono l’opera.

Poi arriva la generazione che lavora con internet, e il problema diventa il vostro, identico.

Aram Bartholl prende gli elementi dell’interfaccia e li scaraventa nel mondo fisico, con una letteralità che ha del comico: in Map fa del segnaposto rosso di Google Maps una scultura gigante piantata in una città vera; in Dead Drops cementa chiavette USB nei muri, e la condivisione di file, normalmente invisibile, diventa un gesto fisico, dovete andare lì col laptop e attaccarvi al muro.

Constant Dullaart, in Jennifer in Paradise, recupera la prima immagine mai photoshoppata, la restaura e la incarna in forme diversissime: stampe lenticolari, carta da parati con messaggi cifrati nei pixel giganti. Suo anche il Balconism, il balcone come modello: la membrana porosa fra schermo e mondo, stavolta da abitare invece che da subire.

Eva e Franco Mattes da trent’anni piantano coltelli in questa frontiera. In Portraits fotografano i loro avatar di Second Life e li stampano su tela, appesi in galleria come ritratti. In lavori più recenti chiudono le loro foto private dentro bobine di cavi Ethernet alte tre metri, dove scorrono invisibili: presenti e assenti insieme, come si conviene a uno spettro.

Sessant’anni di filo comune: l’immagine trattata come un evento che accade in un corpo, in un luogo, in un tempo, dove cambiare il corpo significa cambiare l’opera. Nessuno di loro ha aspettato il permesso, e nessuno aveva mezzi che voi non avete: un proiettore, una stampante, un muro, le mani.

Quello che c’è dietro, quello che c’è davanti

C’è un’ultima ragione, più politica. Ogni immagine digitale ha due infrastrutture che tendono a sparire dalla vista. Una a monte: i data center che bruciano l’acqua delle falde, i cavi sottomarini, i materiali estratti col lavoro minorile, gli umani sottopagati che moderano i contenuti che voi non dovete vedere. Una a valle: i proiettori, le stampanti, le superfici, i corpi che riceveranno l’immagine. Un’immagine che vive solo nello scroll sembra non avere peso: non occupa spazio, non chiede a nessuno di ospitarla. È l’ideale perfetto del capitalismo delle piattaforme: un prodotto che non costa niente, e quindi non vale niente.

Mark Fisher ha parlato di una “lenta cancellazione del futuro”: una cultura che gira intorno ai propri spettri, che rimastica all’infinito quello che già esiste, che sa solo fare reboot, reunion, remake. Dare un corpo alle immagini è anche, in piccolo, un gesto contro quella cancellazione: restituire all’immagine un posto in cui qualcosa di nuovo potrebbe accadere. Tutto il resto ve lo vendono come “tool”, “asset”, “workflow”: parole pulite per nascondervi che lavorate dentro un sistema progettato da altri per produrre fantasmi a ciclo continuo.

Corpi

Per tutto questo testo lo schermo è sembrato il nemico. Ma anche lo schermo è un corpo, uno dei tanti che si possono dare a un’immagine. Un corpo particolare, che brucia di luce propria, vi segue ovunque, sa cosa cliccate alle tre di notte; e quando coincide con il feed diventa uno dei corpi più poveri possibili: poco spazio, poco tempo, una distanza e una scala uguali per chiunque. Eppure resta una scelta fra le scelte: una sala cinema, una parete LED, un’installazione sono schermi anche loro, ricchi quanto si vuole.

Il vero problema era averlo creduto l’unico posto possibile, aver scambiato il primo corpo disponibile per l’unico corpo immaginabile. Allora fate il movimento contrario, quello che nessuna piattaforma farà al posto vostro: prendete una vostra immagine, una soltanto, e datele tre, quattro, cinque corpi diversi. Proiettatela in grande, stampatela piccola, schiaffatela su una superficie che non c’entra niente, fatela camminare addosso a qualcuno. Guardate cosa cambia nell’immagine stessa, il supporto lo vede chiunque: quanto tempo si lascia guardare, da quale distanza, dentro quale rumore. Il file era uno, le immagini cinque. E il lavoro vero era proprio quello: scegliere i corpi.

Lo spettro non vi chiede di liberarlo dallo schermo. Vi chiede di non lasciarlo crepare in un corpo solo. Trovargli più corpi, sceglierli a uno a uno, sporcarsi le mani con muri, lenzuoli, proiettori, è il lavoro vero. Tutto il resto è esportare PNG e chiamarli opere, scrollare e chiamarlo guardare, vivere dentro un feed e chiamarlo essere artisti.

Le PNG non esistono. Spettri in cerca di corpo
The artist is typing. Now and somewhere...